Diario di Viaggio

     O de li altri poeti onore e lume,
     vagliami ʼl lungo studio e ʼl grande amore
     che m’ha fatto cercar lo tuo volume. (Inf., I 82-84)

Da tempo pensavo di fare un viaggio dantesco: tornando ogni volta alla lettura della Commedia o al semplice ricordo mentale di qualche verso o terzina, venivo ogni volta catturato dal modo in cui essi danno evidenza ai luoghi, li fissano in un’assoluta presenza che è tanto più urgente quanto più è data da una voce che reca in sé il segno della distanza; voce lontana, in cui si addensa un altro tempo, l’eco di ciò che era il mondo quando essa si pronunciava. Pensavo ai luoghi detti da Dante e a ciò che essi sono oggi: divenuti, pieni di vita o di disgregato silenzio, rinnovati o franati, tra persistenti tracce di ciò che era allora e segni di tutto ciò che è passato su di essi nel tempo. Luoghi d’Italia, di questa Italia che ho attraversato e vissuto nei miei anni, con la sua bellezza e il suo sfacelo; luoghi della vita e della poesia, la cui consistenza e il cui stesso habitat si sono coniugati con tanta poesia e letteratura, che li ha toccati nel corso del tempo, che ne ha interrogato il carattere, che li ha fatti riconoscere, comprendere, amare. Luoghi che Dante ha direttamente conosciuto e toccato nella sua vita o di cui soltanto ha sentito parlare o ha letto, ma di cui sa comunque far percepire tutta la concreta, resistente realtà.

Per tanto tempo ho sognato questo viaggio, per tanto tempo esso è per me rimasto solo un desiderio. Solo ora, finalmente, arrivato a un’età ben più avanzata di quella a cui giunse Dante, lasciate le stanze sfatte e disordinate dell’Università Sapienza, cariche ormai di imposte elucubrazioni burocratiche, compilazioni su schermi e su carte, verbosi e vani riunioni, consigli, commissioni, mi trovo a dar corpo a questo desiderio, anche grazie al sostegno della Società che proprio da Dante prende il nome: Società Dante Alighieri, con il compito di promuovere la cultura e la lingua italiana nel mondo, e, quando fu fondata per iniziativa di Giosue Carducci, apparve cosa spontanea e naturale che tale compito si inscrivesse sotto il nome di Dante. Nel nome di Dante la cultura e la lingua italiana segnano il loro incardinarsi nei luoghi d’Italia, si pongono come un dato vitale che ha animato nel tempo l’ambiente e il paesaggio d’Italia, le sue bellezze naturali e gli infiniti splendori dell’arte, dell’architettura, dell’urbanistica, del vario e contraddittorio fare umano.

Tornare a Dante e sui luoghi danteschi (non tanto e non soltanto quelli in cui lui è stato, ma soprattutto quelli detti dalla sua grande poesia, tutti quelli anche solo incidentalmente nominati nella Commedia) è anche un confrontarsi con la letteratura come totalità, con la densità avvolgente di quella parola poetica, sgorgata così forte per la prima volta in un volgare italiano. Una totalità che mi è accaduto di intravvedere già nell’adolescenza, quando nell’incontro scolastico con Dante mi sembrò di riconoscere il senso della poesia, come qualcosa di assolutamente distante che si imponeva come assolutamente vicino, parola lontana (di una «lingua che più non si sa») che mi toccava come fosse presente, con la sua tensione espressiva, con il suo ritmo e la sua intrecciata recursività (le terzine a rima incatenata!): e con le passioni e i desideri di quel mondo lontano, con quel precipitare e con quell’ascendere, con quella volontà di dire l’essenziale, di toccare fino in fondo il senso e le ragioni dell’esistere. Dante fu (non solo per me) la poesia: nella sua impossibile aspirazione alla totalità, ad una parola definitiva, certo mai raggiunta e mai raggiungibile, ma insistentemente e testardamente cercata. Tornare a Dante è anche un po’ sfuggire alla inessenzialità e all’inconsistenza di tanta letteratura di oggi, alla sua subalternità al mercato, ai modelli mediatici; ed è un ritrovare le vere ragioni della grande letteratura, di contro alla sua attuale marginalizzazione, alla lotta contro di essa condotta da tanti officianti della pedagogia, dell’economia, delle tecnologie vecchie e nuove; e in particolare della grande letteratura e della lingua italiana, sempre più trascurata nella scuola e schiacciata negli usi correnti dal dominio imperiale dell’inglese. Seguire i percorsi dell’Italia di Dante è poi anche un affermare la reale riconoscibilità dell’Italia, già in quei lontani tempi, prima che si desse ogni concetto di nazione e nazionalità, contro certi negatori dell’identità storica dell’Italia (ancora variamente ascoltati in occasione della ricorrenza del centocinquantenario della sua unità): nel momento in cui fonda la sua lingua letteraria, Dante individua nettamente l’Italia nella sua turbinosa consistenza, linguistica, geografica, politica, morale, nelle sue speranze e nei suoi fallimenti: l’«umile Italia», nominata subito nel canto I dell’Inferno, «Le genti del bel paese là dove 'l sì suona», la «serva Italia, di dolore ostello», dispiegata in alcuni formidabili scorci panoramici, che avrò modo di seguire in questo viaggio (come Purgatorio, XXX 85-90, Paradiso, VIII, 61-63, e XXI 106-111). Un’Italia così nettamente definita, tanto più che, dal punto di vista del destino oltremondano, se me indica la provvisorietà, comune a tutte le cose terrene, quando nella cornice degli invidiosi il pellegrino chiede se c’è qualche anima che sia «latina» e uno spirito, che si saprà poi essere Sapia senese, risponde che lì «ciascuna è cittadina/ d’una vera città» e che piuttosto lui abbia voluto dire «che vivesse in Italia peregrina» (Purgatorio, XIII 91-96). 

Pellegrinando per l’Italia in questo tardo scorcio della mia vita sulla scorta dell’immensa poesia di Dante, misurerò la sua distanza storica, nella provvisoria consistenza di questo effimero presente, ma nel contempo la concretezza del suo spazio geografico attuale, sulle carte e sulle mappe: certo con mezzi di trasporto la cui velocità è del tutto incongrua con quella dei tempi di Dante, ma toccando comunque la difficoltà di misurare la concretezza dei luoghi, che oggi troppo spesso viene fatta svanire dall’uso dei navigatori automatici, che danno un’immagine illusoria degli spazi da attraversare, che fanno muovere nel mondo senza che più si sappia dove si è. La geografia come conoscenza dei luoghi, della loro specifica collocazione, è qualcosa che si sta perdendo: in effetti essa comporta scienze e tecniche sempre più determinanti nel mondo contemporaneo, riservate a pochi scienziati e programmatori, mentre le grandi masse e i giovani sembrano sempre più ignorarla e tanti intellettuali si lasciano prendere da fantasie di alleggerimento dello spazio, di una sua presunta simultaneità, trasversalità, ubiquità disegnata dalla sua virtualizzazione informatica. Percorso dai mezzi più veloci e disegnato sugli schermi che sembrano cancellarne la consistenza, lo spazio continua a persistere in una fisicità che impone di toccare e di andare: nella poesia di Dante sentiamo ancora la materialità di questo andare nei luoghi e attraverso i luoghi; del resto, come scrisse Dino Campana percorrendo il dantesco Appennino, «Tutta la sua poesia è poesia di movimento».

 

Ultimo aggiornamento il 21 Mag 2015
Giulio Ferroni

Giulio Ferroni è nato a Roma nel 1943. Si è formato sotto la guida di Walter Binni e dopo una tesi di laurea su Annibale Caro, ha svolto approfondimenti sul teatro del Cinquecento e del Settecento, sui principali autori operanti durante il Rinascimento, sulla teoria della letteratura e sulla produzione letteraria contemporanea. Tra il 1975 e il 1982 ottiene una cattedra presso l’Università della Calabria e successivamente, a partire dal 1982, diventa professore ordinario di Letteratura Italiana presso l’Università La Sapienza di Roma. E’ da sempre stato molto attivo nel dibattito culturale, trattando spesso tematiche relative alla letteratura contemporanea. A volte ha fatto parlare di sé per aver stroncato, in maniera precisa e dettagliata, autori famosi e riconosciuti. I campi di interesse su cui si rivolge principalmente Giulio Ferroni, riguardano le teorie letterarie, l’analisi dei modi di presenza della letteratura nel mondo, la funzione antropologica della letteratura e i rapporti che intercorrono tra letteratura e comunicazione contemporanea. Ha iniziato a scrivere saggi nel 1972. Il suo primo volume è stato “Mutazione e riscontro nel teatro di Machiavelli” (1972). Ha pubblicato altri saggi su Ariosto, Machiavelli, Castiglione, Caro, Cellini, su problemi storiografici e sul Rinascimento. Ha approfondito le questioni relative al comico, ha affrontato le opere di Pirandello e ha scritto numerosi saggi sulla letteratura contemporanea. Giulio Ferroni ha tenuto delle lezioni in numerose università straniere e attualmente collabora con numerose riviste e quotidiani, tra cui l’Unità.